Un bel dì saremo: teatro partecipato a Modena

C’era una volta la città del Novecento. Si potrebbero descrivere i suoi mattoni e il cemento dei suoi muri, le sue torri – o i grattacieli – e il dedalo delle sue fognature, le tortuose stradine dei suoi suggestivi “centri” e i viali anonimi delle sue periferie, gli ingorghi del suo traffico e le solitudini estive, ma, come diceva un vecchio saggio «non di questo è fatta la città», sibbene «delle relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato»

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Il teatro partecipato de “Un bel dì saremo”

Sono stata a spasso per Modena, questo weekend, nei due giorni conclusivi de “Un bel dì saremo”. Ho deciso all’ultimo, incoraggiata dal bel tempo e dalla prospettiva – poco allettante – dell’ennesimo fine settimana da milanese imbruttita. Ho preso il treno e sono andata alla scoperta di due cose nuove: Modena e il teatro.

Un bel dì saremo” è un progetto di teatro partecipato promosso dalla municipalità e da un gazzilione di altri enti importanti. Nei due giorni in cui sono stata lì, i luoghi più belli di Modena si sono animati con canzoni, racconti e personaggi provenienti dalle pieghe della storia della città, che poi è anche la storia dell’Italia intera. Tutto questo gratis e in totale interazione con residenti, turisti e scuole.

Scusate se è poco.

Quello che ho capito in questi due giorni è che è possibile fare cultura in maniera democratica. Che è possibile incentivare il turismo raccontando in maniera vivida la cultura di un paese. Ma sopratutto, ho capito che è possibile insegnare la storia e il contesto storico-urbano da cui tutti noi proveniamo in maniera accattivante. Io, per esempio, nei due giorni scarsi di vagabondaggi emiliani ho imparato che:

  • La madre di Luciano Pavarotti – il modenese forse più celebre al mondo – era una “paltadora”, cioè operaia nell’ “appalto” della manifattura del tabacco. La Manifattura Tabacchi, luogo simbolo della rinascita e della riqualificazione di Modena degli ultimi anni, è stata una delle attività industriali più fiorenti, oltre che il luogo dove migliaia di donne ogni giorno andavano a lavorare precorrendo i tempi dell’emancipazione femminile. Perché le donne? Semplice. Perché erano più abili, avevano mani più piccole e venivano pagate di meno. Non contenti poi, gli amici maschietti, hanno affibbiato al nome “paltadora” il significato di “pettegola”, in un infondato tentativo di ripicca nei confronti della supremazia femminile. Nice try, guys!
  • L’elettrificazione in Italia arriva agli inizi del ‘900, in sordina, illuminando le vie prima, elettrificando le industrie e i trasporti pubblici poi. Sarà solo dopo la seconda guerra mondiale che l’elettricità entrerà in maniera capillare anche nel privato degli italiani, sconvolgendo lo stile di vita e le abitudini quotidiane dell’intero paese. Se non vi sembra un dato rilevante, rifletteteci meglio, e immaginate di eliminare la corrente elettrica da casa vostra per un paio d’ore. Io vi guarderò da qui, correre in tondo per la stanza con le braccia al cielo, mentre urlate “moriremo tutti”.
  • La parola “tranvai” che mio nonno mi diceva sempre quando ero piccola e parecchio impacciata, deriva dai “tramway a cavallo”, mezzi di locomozione non proprio agili e diffusi prima dell’elettrificazione dei tram cittadini cittadini. Ma va là, tranvai!
  • A teatro, se cade qualcosa a terra porta rogna, e quindi è bene batterlo a terra tre volte prima di raccoglierlo. Che superstiziosi questi attori!
  • E per non farmi mancare nulla, dei modenesi hanno fatto scoprire ad una milanese imbruttita questo capolavoro di Giorgio Gaber, che in un qualche modo mi era sfuggito. Scusatenon son degna.

Non male, per un innocuo weekend di turismo. Non male sopratutto per una come me, che avrà anche fatto il liceo scientifico, ma le si chiede l’anno della scoperta dell’America, delle volte si confonde.

Maddai? Ero convinta ci fosse un sette, dentro…

Modena è una città bellissima: il Duomo, Palazzo Ducale, il Museo Ferrari, le tigelle… ho scoperto solo al secondo giorno di vagabondaggi che vi si trova anche uno dei siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Ma quello che porto a casa di Modena, non è la bellezza delle sue vie, il vociare delle note degli artisti di strada, le risate dei bambini che fanno su e giù dai leoni di Piazza Grande o il calore del sole che scalda il selciato su cui ti fermi a leggere un libro. No. Quello che mi porto a casa di Modena è una lezione su come valorizzare il nostro passato, far crescere il senso di comunità e lo scambio alla pari tra artista e pubblico.

E non so voi, ma di quest’aria di democrazia, in un momento come questo dove si chiudono le frontiere e si sponsorizza il terrore, ho proprio bisogno.

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Il progetto “Un bel dì saremo” andrà avanti con iniziative e spettacoli per i prossimi due anni, e potete rimanere aggiornati qui.

Noi ci saremo di sicuro. Voi?