La nebbia di San Francisco e altre storie

Se c'è una cosa che mi mette ansia da prestazione sono gli aerei che partono all'alba. Domani volo a San Francisco e ho paura che la sveglia non suoni.

San Francisco
Andrew Ruiz

Se c’è una cosa che mi mette ansia da prestazione, sono gli aerei che partono la mattina presto.

E’ l’alba, sono a Los Angeles per un periodo di studio e devo prendere un volo per passare con Federica il weekend a San Francisco. E’ venuta a trovarmi con altre due amiche, ma io alloggio al campus e loro da un’altra parte. L’idea è stata sua. La sera prima il timore che la sveglia non suoni, di perdere l’aereo, di sbagliare aeroporto, di non trovarle al terminal, di non avere il biglietto giusto. Di essere salita sulla navetta sbagliata. Poi il sollievo di vederle davanti al dispositivo per il check in, ce l’ho fatta, wow è tutto così giusto che quasi mi commuove. Poi un confuso rincorrersi di ricordi: una pizza che non sa di pizza in un ristorante italiano, la pioggia di San Francisco che sembra più densa di quello a cui sono abituata. Il Golden Gate Bridge a piedi, con i macchinoni che sfrecciano da parte a noi. Avanzare nella nebbia. Ho portato vestiti troppo leggeri per il clima di Frisco. Un barbone di colore sul tram e io che penso: in America esistono i poveri e sono quasi sempre neri. Mi ricordo di Federica che fa bellissime foto alle persone.

Flash back.

A vent’anni, un tipo con cui esco mi scarica sul lungolago di Lecco in una domenica pomeriggio di sole e fine estate in cui niente fa presagire la catastrofe. Il problema non sei tu, sono io. Tu sei fantastica, devi trovartene uno normale. Ti farei soffrire. Stammi lontana, per il tuo bene.  Se ne va a braccetto con i suoi demoni lasciandomi da sola più o meno all’altezza della Canottieri, plateale e drammatico come una scena di Dawson’s Creek. Io, seduta a piagnucolare e a dannarmi con la matita che cola. Che faccio? Chiamo Federica, è una di quelle situazioni in cui serve Federica. Arrivo, non ti muovere. E in un battibaleno eccola a raccogliermi, come un cucchiaio, a dirmi che niente è poi così brutto. Nemmeno mi piaceva così tanto il tizio, è che a quell’età ogni cosa è una strazio.

Flash back.

L’asilo. Forse tutto è iniziato all’asilo.

Federica è in quell’altra classe, mettiamo quella del girasole, io nella classe della castagna.  Ha un bel grembiulino nero, con tre fiorellini ricamati sul taschino. Una rosa, uno azzurro, uno arancione. Guardo il mio grembiule verde spento e penso, cavolo (ho cinque anni e non dico ancora le parolacce), ma che bel grembiulino.

Una bambina sorridente e allegra. Viene voglia di giocare con lei. Ma io sono una bambina timida e scontrosa, quindi non se ne parla. Resto ad osservare i suoi fiorellini ricamati in silenzio.

Non so bene quando abbiamo scoperto di essere amiche. Forse quella vacanza in Australia a 16 anni. La mia mano gonfia e gigantesca per una puntura di insetto. I surfisti che si avvicinano, wow dei veri surfisti australiani e noi stiamo per conoscerli, e poi “Ciao ragazze, siamo de Roma”. Le 36 ore di volo senza sentisi più le gambe. L’ultima notte, in auto con degli universitari di Torino, a girare la Sydney by night, sogni di gloria miseramente crollati sugli sgabelli di un kebab aperto 24 ore perché noi siamo minorenni e non ci fanno entrare in nessun locale che odori anche solo lontanamente di alcolici.

Sydney

Sydney, Australia.

O forse, dopo. 18 anni, la musica. Federica canta, molto bene a dire il vero, anche adesso. Io cerco di imparare a suonare la chitarra elettrica. Un disastro. Quel ticchettio angosciante del metronomo e le corde che mi sfuggono dalle mani. Le chitarre sono brava a sfasciarle, non a suonarle. Federica invece, sì, che la musica ce l’ha dentro.

chitarra elettrica

Le chitarre sono brava a sfasciarle, non a suonarle.

Cara Federica, ti ho osservata districarti nei tuoi innamoramenti e disinnamoramenti. Ti ho vista litigare con la fotografia, con la tua voce e infine scoprire la scrittura. Con quante altre persone avrei potuto partecipare ad un corso di scrittura creativa? Te lo dico io, nessuna.

Hai iniziato a scrivere dei tuoi disturbi alimentari. Di sere trascorse a casa a ingozzarsi di pizzette e merendine. Dei compagni di scuola con le lingue affilate come sciabole quando si tratta di commentare un fondoschiena. Hai tirato fuori anni di sofferenze sotterranee e silenziose guerre.

Cogliendomi di sorpresa.

Perdonami se non ho mai notato niente. E’ che tra tutti questi aerei, panchine, corde di chitarra, fotografie, grembiulini con i fiori, corsi di scrittura, blog, pianti, risate e trucco che cola, non mi ero mica accorta, sai, che non eri magra.