Quello che il corpo dice di te

Non è dotandosi di un corpo migliore che ci si impara ad amare. Non è quando siamo alti, belli, e di successo che impariamo a volerci bene sul serio. Succede durante i momenti peggiori.

Oggi ho visto un video che ha riaperto la ferita lacero-contusa che porto al posto dei ricordi. Il video in questione è questo:

Il motivo della ferita è subito detto: io ero quella ragazzina un po’ rotondetta che pur di non vedere esposti i propri difetti teneva tutti a debita distanza. Rivederlo oggi, da quasi-adulta che ha finalmente quasi-fatto-pace con il suo corpo ha scatenato in me una serie di riflessioni.

La prima – strana – riflessione sorta è stata: meno male che ho avuto disturbi alimentari. Non avessi avuto quel problema probabilmente oggi sarei la donna del video: un concentrato di insicurezze compensate con ostentata seduzione che cerca negli altri un riconoscimento, la conferma definitiva di essere amabile, nonostante tutto.

La seconda riflessione l’ho fatta invece sulle migliaia di donne che ogni giorno combattono contro il proprio peso a suon di sacrifici e diete. Ne ho conosciute a centinaia, sui forum di chirurgia barbarica, nei quali mi sono infiltrata per osservare da vicino le persone che decidono di farsi asportare 3/4 di stomaco pur di tornare al comando del proprio corpo in espansione. Per me una scelta talmente estrema che li ho osservati con lo stesso stupore misto a curiosità con cui avrei osservato per la prima volta un Lophiiformes.

C’era una parola, che la quasi totalità di loro associava al concetto di dimagrimento, ed era “rinascita”. Il giorno dell’operazione era visto come il giorno in cui avrebbero ricominciato a vivere. Mi ha molto colpito questa espressione perché, se ammetti di poter rinascere nel momento in cui incominci a dimagrire, devi anche ammettere di essere stato morto, per gran parte della tua esistenza. E associare la parola morte al proprio corpo ha dei risvolti psicologici devastanti.

Ma un po’ li capisco. Quando rinunci a metterti in costume davanti alle persone, a spogliarti davanti a tutti dopo le lezioni di educazione fisica, a condividere il bagno in vacanza con le amiche, a farti toccare dalla persona che ami, a partecipare alle feste per la paura che ti sfottano, ad uscire d’estate in pantaloncini per la paura che ti sfottano, alla pizza, alla pasta e al gelato, un pezzetto di te muore, ogni giorno, un pezzetto di più.

Ma non è nemmeno questo il risvolto più agghiacciante della vicenda, perché c’è uno ancora più profondo. La maggior parte di loro, anche dopo aver perso 30 – 40 chili, essere rinati ed essere entrati in possesso del corpo che finalmente desideravano da una vita, si portavano dietro le stesse cicatrici emotive di sempre. Alcuni non accettano la pelle in eccesso, alcuni non accettano le cicatrici; altri non accettavano di essere sempre e comunque in balia del cibo, o in balia dei pregiudizi, o in balia dell’incomprensione.

Art by Jonny Negron

Art by Jonny Negron

Ma allora come si esce da questo vortice di autodistruzione che non se ne va, neanche con i chili di troppo? La mia soluzione io l’ho trovata sul fondo del barile, in quello che ancora oggi considero il giorno più brutto della mia vita. Perché non è dotandoci di un corpo migliore che impariamo ad amarci. Non è quando siamo alti, belli, e di successo che impariamo a volerci bene sul serio. E’ durante i momenti peggiori. Nei periodi di solitudine, quelli dove ci sembra di non avere più alcuna via d’uscita da noi stessi, che si impara ad amare incondizionatamente.

E’ durante quei momenti lì, umidi e bui, che impariamo a spogliarci e a guardarci allo specchio. A guardare la nostra storia raccontata in ogni neo, in ogni smagliatura e in ogni curva con occhi diversi. Perché quelli che fino a quel momento lì erano l’evidenza di tutta la nostra bruttezza, ora sono la testimonianza di tutta la nostra forza. E a sorridere, perché senza quei nei e quelle smagliature saremmo più deboli. Più poveri. Semplicemente, non saremmo noi.