Ogni sera

Dialogo tra uno stomaco e un cervello.

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La sensazione la conosco. E’ famigliare. L’ho provata quasi tutte le sere prima di addormentarmi. Mi sdraio a pancia sotto, chiudo gli occhi, bruciano. Il mio corpo piano piano si adagia sopra al materasso, e l’aria da sopra lo schiaccia. La sento.

Tutto intorno è silenzio. Nel vuoto galleggiano i sensi di colpa, la rabbia, il dolore per aver scelto di cedere. Lo stesso pensiero, tutte le sere prima di andare a letto. Da domani sarà diverso. Mi alzerò e mi vorrò bene. Lotterò per essere felice. Farò in modo che la mia vita valga qualcosa. Mi prenderò cura.

Poi ogni giorno gli stessi rimorsi. Gli stessi rimpianti. Lo stesso dolore che si trasforma in cibo. Altro cibo. Cibo ingurgitato alla velocità della luce, senza sentirne il sapore o il profumo. Ingurgitato solo per sentirne il peso, una volta arrivato nello stomaco. O nella giacca che non si allaccia più. Cibo che non nutre, ma rende inerti, e accumula sofferenza poco per volta.

Io non lo so perché do così poca importanza alla mia vita. Ci sono così tante cose belle che stanno accadendo, ma nel profondo c’è la sensazione di sempre. E’ famigliare, ormai dovrei conoscerla.

Nello stomaco, un ammasso inamovibile di sostanze nutritive. Nella testa, una disperata voglia di dimenticare quale sia il sapore dell’inesistenza.