Non ero mia sorella

Una sorella è quell’essere mitologico che, pur condividendo il 100% del tuo stesso patrimonio genetico, starà sempre meglio di te nei tuoi stessi vestiti.

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Il 1999 lo ricordo molto bene. Avevo dodici anni ed eravamo tutti distratti dal Millenium Bug, dalle iatture di Nostradamus o dall’entrata in vigore dell’Euro. Ognuno aveva il suo catastrofismo preferito e nell’aria regnava quel sentimento generalizzato che niente sarà più come prima, allo scadere della mezzanotte del 31 dicembre 1999. Io ci ridevo sopra, perché che cacchio ne sapevo di economia, tecnologia e supercazzole planetarie, all’età di dodici anni? E così, del tutto impreparata ad affrontare avvenimenti di una certa portata, mi ritrovai a dover gestire la prima vera catastrofe del millennio:

l’arrivo della pubertà.

La prima avvisaglia venne dal mio amico Nicola, vicino di casa durante le vacanze estive, che un pomeriggio di giochi all’aria aperta mi chiese se volevo scopare con lui. Gli dissi di no, perché mi stavo divertendo troppo sullo scivolo, e non avevo proprio voglia di aiutarlo a spicciare casa. Si allontanò ridendo, e quello fu l’ultimo ricordo che ebbi di Nicola – mio vicino di casa durante le vacanze estive. La questione si fece ancora più intricata una sera di agosto, quando poco prima dell’inizio delle scuole medie, mi incontrai con la mia migliore amica Federica per giocare a nascondino sotto casa. Suo fratello Matteo, più grande di noi di qualche anno e che da qualche anno aveva smesso di giocare con noi a nascondino, si era appena fidanzato, e aveva rivelato a sua sorella alcuni dettagli riguardo a ciò che alle ragazze piaceva fare con i ragazzi. Iniziò così la mia pubertà: con delle storie dal sapore vagamente fantascientifico su cosa piaceva fare ai grandi; mentre io volevo solo giocare a nascondino.

L’iniziale entusiasmo per Britney Spears, i top sopra all’ombelico e le minigonne a piegoline si trasformò in una vocina insistente che dentro al mio cervello faceva cortesemente notare come i ragazzi guardavano le ragazze che si vestivano così, e come invece guardavano me.

Fu così che scoprii di essere grassa.

Presi l’abitudine di scegliere i vestiti in base a cosa dovevo nascondere: i pantaloni da uomo erano più larghi e coprivano meglio la cellulite; le felpe legate in vita erano d’obbligo per camuffare il sederone. Le gonne d’estate erano perfette, ma solo se sotto indossavo un paio di pantaloncini, che altrimenti le cosce sfregavano tra di loro e mi procuravano delle piaghe. Nemmeno il decolté passò indenne il periodo del proibizionismo, ché uno sciagurato giorno la mia compagna di banco venne a scuola gridando alla classe la sua ultima scoperta scientifica secondo la quale altro non si trattava che di un inutile accumulo di grasso. Mi sembrò logico, a quell’epoca ero la più abbondante anche da quel punto di vista. Ma non mi feci scoraggiare dalla cattiva notizia: la mattina, prima di andare a scuola, scivolavo fuori dal letto ed indossavo i top sportivi di mia sorella, di almeno due taglie più piccoli, per poter sembrare magra, almeno lì.

Se con le compagne adolescenti le cose andavano male, il confronto con mia sorella andava pure peggio: Cristina era alta, magra, bella, esuberante, sportiva, energica, super impegnata e sempre in movimento. Praticamente tutto ciò che io avrei sempre voluto essere ma che ancora non ero. Capitava spesso di sentirmi inadeguata di rimando, e sempre più spesso mi ritrovai a desiderare di poter apparire allo stesso modo. Lo shopping con lei e mamma era la parte che odiavo più di tutte.

Mia sorella era tutto ciò che io avrei sempre voluto essere ma che ancora non ero.

Più o meno in quello stessi periodo, ci ritrovammo tutte e tre al centro commerciale Il Gigante, in una delle nostre giornate speciali sole donne. Girando l’angolo vidi questo splendido esemplare di giubbotto di jeans. Al manichino stava d’incanto, e anche se sapevo che le mie forme erano diverse, mi ritrovai a sognare di poter apparire allo stesso modo. Puntai dritto alla pigna di indumenti perfettamente ripiegati. Cercai la mia taglia. La vista d’insieme non era affatto male, non ero magra come avrei voluto, e la giacca era corta – cortissima – quasi spudorata. Lasciava in bella vista il sedere, ma forse con una gonna avrei potuto ovviare al problema. Il taglio più lungo davanti era perfetto per nascondere i rotoli sulla pancia e, se non l’avessi indossata di sera quando faceva più freddo, nessuno si sarebbe accorto che non riuscivo ad abbottonarla. Se mi guardavano da davanti il risultato non era male. Cercai mia madre, volevo la sua approvazione. La trovai in un camerino sul fondo del negozio con Cristina, mentre provava lo stesso giubbotto che avevo scelto io.

 

Ora, se anche voi, come me, siete state omaggiate dalla vita con una nemesi, sapete già la verità sui delicati equilibri famigliari tra consanguinei: una sorella è quell’essere mitologico che, pur condividendo il 100% del tuo stesso patrimonio genetico, starà sempre meglio di te nei tuoi stessi vestiti. A maggior ragione se una delle due porta una taglia 44 in fila per tre col resto di due, e l’altra non proprio. Se ne accorse la commessa. Se ne accorse mia madre.

Sta meglio lei, dissero, ed anche se era la verità, faceva un male cane.

Non potevano sapere del quarto d’ora che avevo passato specchiandomi per convincermi che non c’era niente di sbagliato nel voler mostrare qualche curva in più; non immaginavano l’angoscia nella disperata ricerca della taglia più grande, senza la certezza che sarebbe bastata. Non lo sapevano, ed il giubbotto finì nell’armadio di mia sorella.

Il 1999 lo ricordo bene, era l’anno di Nostradamus, dell’Euro e del Millennium Bug. Il ‘99 fu anche l’anno in cui, tra un servizio al telegiornale sui vantaggi di una moneta unica ed un trenino pe-pe-pe-pe-re-pe a braccetto con degli sconosciuti, io, per la prima volta, desiderai essere qualcun altro.

Uno qualsiasi, purché non fossi io.

 


Questo articolo fa parte della rubrica Due Vite, nella quale raccontiamo lo stesso argomento da due punti di vista differenti.
Leggi l’articolo di Carlotta Mia sorella è la mia migliore amica, da sempre

Mamma e papà hanno portato a casa un’altra bambina. Ma non stavamo bene noi tre? Se me lo avessero chiesto, avrei detto che volevo un cucciolo di dalmata.

 

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