Mia Figlia

Mia figlia mi odia. Lo vedo da come mi guarda la mattina appena sveglia. Quando ci incrociamo per fare colazione, entra in cucina con passo svelto, finge di non avere fame e scivola veloce fuori dalla stanza, acchiappando una mela e la borsa a tracolla. Se uscendo incrocia suo padre sulla porta, schiocca un bacio sulla fronte. Sorride.

Niente. Nemmeno un ciao. Nemmeno un buongiorno. Nemmeno un ci vediamo. Nemmeno ricordo l’ultima volta che mi ha sorriso. La vedo sempre a testa bassa, taciturna, a evitare gli sguardi. Quando era piccola scherzosamente le dicevo che non sapevo nemmeno di averla. Era una bambina indipendente, costruiva casette di Lego e ci faceva giocare i suoi amici immaginari. Ma quando ha cominciato ad andare a scuola ho capito che qualcosa non andava.

Tutto sembrava rimbalzarle addosso, comprese le mie domande. Cosa è successo oggi a scuola? Niente. Che compiti hai da fare per domani? Niente. Sua sorella raccontava anche il numero di volte che era stata in bagno, mentre lei mangiava in silenzio, lo sguardo perso nel vuoto, con evidente fretta di andarsene.

Forse è tutta colpa mia. Non sono stata in grado di dimostrarle quanto la amo. Quando dicevo che era come non averla, non volevo dire che non la volessi. Non l’ho mai pensato. O forse sì, prima che nascesse, un paio di volte, ma ero spaventata. Non ero pronta. Quando è nata, avreste dovuto vederla: sembrava una bambola, con i riccioli castani in testa e le guance paffute.

Dovreste vedere quant’è bella adesso. Talmente presa da ciò che sta leggendo da non accorgersi nemmeno che sono entrata nella stanza. Arrotola una ciocca di capelli lungo il dito, poi la disfa. Si rannicchia contro il cuscino e sorride ai suoi compagni immaginari.

Vorrei vederla sorridere più spesso. Vorrei vederla sorridere mentre si guarda allo specchio. Ma non lo fa mai, non sopporta il suo corpo. Anche io alla sua età volevo essere diversa. Chi non vorrebbe cambiare qualcosa del proprio aspetto? Non ho mai pensato che questo potesse essere un problema. Non fino a quando ha cominciato a lasciare nel piatto ciò che le cucinavo. Ho continuato a farle domande, nella speranza che si aprisse. C’è qualcosa che non va di cui mi vuoi parlare? Niente. Cosa vuoi da mangiare a pranzo? Niente. E’ cominciata così, con una sfilza di niente che si è allungata di giorno in giorno. Il cibo ha cominciato a sparire dalla dispensa e il suo fisico ha cominciato a cambiare. Niente più guanciotte da baciare, niente più sorrisi per suo padre. Niente.

Mia figlia è bulimica. Ed io non ho fatto niente per aiutarla.

Anonima

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