Il giorno più brutto della mia vita

E’ stato questo, il giorno più brutto della mia vita. Il giorno in cui, ponendomi questa domanda, ho ammesso a me stessa, per la prima volta, che la risposta a questa domanda, alla domanda che mi ponevo da sempre, era sì.

il giorno più brutto della mia vita

Sera. Il fidanzato dell’epoca mi chiama e mi dice “usciamo!” e io rispondo “Sì, che bello”. Solo che poi, dalla mia bocca non esce sì che bello. Esce qualcosa che suona come devo studiare, non ho tempo, e forse poi non sto nemmeno tanto bene.

Io vi giuro che volevo dirgli di sì. Con tutta me stessa. Lo amavo con tutta me stessa. Quando stavo con lui mi amavo con tutta me stessa. Ma amavo anche il cibo. Forse di più.

E Dio solo sa quanto volevo mangiare! Volevo chiudermi in casa, buttare la chiave, aprire la dispensa, buttarmici dentro e passare così il resto della mia vita. Avevo un disperato bisogno di biscotti. Patatine. Cioccolato. Pane scongelato, piadine. Pizzette. Biscotti. Grissini. Tutto. Volevo ingoiare tutto. Dimenticare tutto.

Poi le lacrime. Sul letto, al buio. Non volevo vedere le carte di merendine, le briciole, i brandelli di carta igienica e quel che rimaneva della mia dignità sparpagliato intorno a me, sul letto sfatto. Non potevo.

Non potevo essere io quella persona. La statua in mezzo al porcile di spazzatura. Non potevo essere io la persona che preferiva scofanarsi di cibo piuttosto che passare una serata d’amore con la persona che amava. Non ero io.

 

Mi addormento.

 

La mattina seguente squilla il telefono. Una voce una voce piena d’amore mi saluta. Ciao, mi dice. Solo ciao. Io sono già in lacrime. Mi chiede “Stai ancora male?” e io gli dico “E’ solo il ciclo”. Solo che non era il ciclo.

Era che, in quel momento, proprio in quel momento, quel suo tono di voce, quel suo dannato tono di voce che giungeva come una vibrazione senza interferenze in direzione del cuore, mi ha fatto sentire amata. E io non volevo essere amata. Non ce la facevo ad accettare il suo amore. Perché amare me significava accettare l’esistenza di quell’essere schifoso che di sera si impossessava della mia vita e mi obbligava ad aprire la dispensa, a mangiare, a mentire, a circondarmi di rifiuti e ad addormentarmici in mezzo.

Io non potevo accettare quella persona. Io non potevo accettare che quella persona, quella che amava il cibo più di ogni altra cosa al mondo, fossi io.

E’ stato questo, il giorno più brutto della mia vita. Il giorno in cui, ponendomi questa domanda, sono io questa persona? ho ammesso a me stessa, per la prima volta, che la risposta a questa domanda, alla domanda che mi ponevo da sempre, era sì.