Essere lasciate a trent'anni

Essere lasciate a trent'anni significa farsi consolare dalle amiche fidate, che non vogliono nemmeno sapere come è andata, sono dalla tua parte a prescindere, e ti aiutano ad inveire e perculare, benedettissime loro, senza nemmeno sapere come è andata.

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Essere lasciate a trent’anni è una gran rottura. E’ già un periodo critico della vita, dove cominci a fare dei progetti che contemplino una pluralità di persone oltre alla tua persona; persone che magari ancora non esistono ma inizi a pensare che potrebbero esistere, un giorno. Inizi a pensare che sarebbe bello, dannato orologio biologico, che fino all’altro ieri pensavi solo ad accaparrarti i biglietti del concertone dell’estate, e invece no. Adesso sei sola. E non solo le due splendide persone occhi verdi e capelli rossi non verranno mai alla luce, ma non sai nemmeno più con chi cazzo andarci, al concertone dell’estate.

Perché le relazioni fanno terra bruciata intorno. Creano abitudini, consuetudini. Tu pensi di essere sempre la stessa di sempre, ma piano piano gli altri, quelli che non stanno nella vostra bolla della felicità, svaniscono, si sfocano e si mescolano in uno sfondo di colori informi. Lo sai che ci sono, credi veramente che andrai a prendere quel caffè o a quella cena tra vecchi compagni. Ma hai sempre meno tempo. La vita ha sempre meno tempo. Lui ha sempre meno tempo. E la vostra bolla di felicità comincia a restringersi.


 

Credi veramente che andrai a prendere quel caffè o a quella cena tra vecchi compagni. Ma hai sempre meno tempo.

 


Essere lasciate a trent’anni significa rivedere amici dei quali ti sei dimenticata per anni. Quelli che frequentavi di solito sono terreno incerto, che a confronto gli schieramenti del Risiko sono l’esercito della pace. Avresti piacere a rivederli, ma vuoi evitare gli amici comuni, le domande scomode a cui non sai nemmeno tu come rispondere e le situazioni imbarazzanti con i nuovi amici dei vecchi amici che non conosci più, perché in realtà sei uscita dal giro.

Così fai un sacco di cose da sola. Andare al cinema. Andare a visitare la città che non hai mai visitato perché non c’era mai l’occasione giusta. Andare al concertone dell’estate. Andare in vacanza a Capodanno nella romantica baita di montagna con il caminetto acceso. Pensavi che non ce l’avresti mai fatta, da sola, che niente sarebbe stato lo stesso. E invece scopri che se anche fuori dalla finestra un cane abbaia, e improvvisamente realizzi che non ne avrai mai uno di nome Garibaldi, sei comunque viva. Sei comunque lì. Sarebbe comunque diverso.

Essere lasciate a trent’anni significa avere deliri di onnipotenza alternati a larvismi olimpionici alternati a esternazioni femministe alternate a pianti disperati. Decidi che non hai bisogno di nessuno, che il fottuto nome per il tuo fottuto cane lo sceglierai tu, che comunque i concertoni dell’estate sono per la maggior parte delle gran rotture di palle con l’amico che si ritira all’ultimo, la rivendita del biglietto, le trattative con i bagarini e le ore interminabili in attesa di un tizio alto quanto una nocciolina che vedrai ad intermittenza tra le teste di due giovani innamorati che non smetteranno un minuto di baciarsi. Fottuti giovani innamorati.

Essere lasciate a trent’anni significa scoprirsi capaci di odio, rancori e turpiloqui assassini, tu, che fino all’altro ieri ti facevi scrupoli a schiacciare quella povera cimice che-è-anche-lei-una-creatura-di-Dio e non-merita-di-morire-schiacciata-da-una-ciabatta. Ha il diritto di vivere, lei, la cimice, ma per quanto riguarda lei, la sconosciuta, invece potrebbe anche morire male e di stenti possibilmente sola, lontana dai suoi cari, come la stronzafregafidanzati la quale è. Perché lei, la giovane, la stronza, non solo è la versione migliore di te, ma ha preso il tuo posto al tuo tavolo con le persone che fino all’altro ieri consideravi i tuoi affetti, e ride, e ride, mentre tu la osservi dietro ad uno schermo di pixel, e non la osservi poi nemmeno tanto bene perché le lacrime, quelle bastarde traditrici, ti hanno ridotto la vista ad uno schifo.

Essere lasciate a trent’anni significa passare le notti in bianco, maledendo e sfanculando, inveendo contro la parte vuota del letto, riscrivendo situazioni in cui poter sfogare tutti gli improperi che non sapevi nemmeno di conoscere, perché ce l’hai con il mondo, o forse solo con uno solo, ma sei comunque incazzata come non lo sei stata mai.

Essere lasciate a trent’anni significa farsi consolare dalle amiche fidate, che non vogliono nemmeno sapere come è andata, sono dalla tua parte a prescindere, e ti aiutano ad inveire e perculare, benedettissime loro, senza nemmeno sapere come è andata.

E mentre ascolti i progetti di vita delle tue amiche fidate, che fino a poco tempo fa erano anche i tuoi, ti poni delle domande, sempre e solo domande, per la maggior parte delle quali non ci sarà mai una risposta, o per lo meno non una che sia giusta. Tornerai mai ad essere felice? E loro lo saranno? Ma che cosa significa essere felici?


 

Tornerò mai ad essere felice? E loro lo saranno? Ma che cosa significa poi, essere felici??

 


Perché se lasci andare il dolore e i torti subiti, puoi ammettere che ciò che hai scoperto negli ultimi mesi ti ha fatto sentire viva come non lo eri da troppo tempo. E allora forse, essere lasciate a trent’anni, significa sopratutto avere la possibilità di scoprire che la vita può essere diversa da come te l’eri immaginata.

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