La dieta della Frutta e Verdura

Non c’è da vergognarsi, diceva. Anche mio nipote ha lo stesso problema, diceva. Una mela al giorno leva i cuscinetti di torno, diceva. E rideva.

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Io non ce l’ho con voi gente normale, davvero.

Nelle poche giornate felici vi ho persino voluto bene. Ma dovete capire che durante la mia infanzia sono stata traumatizzata da un personaggio pubblico molto controverso, che si dia il caso conosciate tutti quanti: la mia fruttivendola.

La mia fruttivendola è quell’essere vivente sempre aggiornato sulle ultime novità in fatto di diete e tecniche per il dimagrimento, che per il solo fatto di esistere, essere magra e avere un’attività commerciale di cibo sano si sentirà in dovere di rendervi una persona migliore grazie al suo sapere.

Ogni. Santa. Benedettissima. Volta.

E non solo lei, ma anche i vostri parenti, i vostri amici, gli sconosciuti su Facebook e l’operatore telefonico del call center che vi chiama tutte le sere alle sette e trenta; voi non lo sapete ma anche lui è stato ingaggiato nella lega dei fruttivendoli stalker e sta tramando affinché vi sentiate sufficientemente a disagio da adottare l’ennesimo miracoloso rimedio, qualsiasi esso sia. Sembrerebbe che l’unico requisito richiesto per diventare esperti di nutrizionismo e biologia dell’alimentazione sia una taglia 42.

Ma non è stato sempre così. Da bambina non sapevo cosa significasse avere un aspetto fisico inadeguato: mangiavo quando avevo voglia e solo quello di cui avevo voglia.

Ero proprio pirla.

All’epoca andavo alle elementari: giocavo a calcio con i maschi durante l’intervallo e la mamma comprava ancora la focaccia appena sfornata di Andreina e me la infilava nello zaino per merenda. I pomeriggi, quando non c’era il tempo pieno e non avevo gli allenamenti di atletica, seguivo la mamma durante le commissioni: il supermercato con il giro sul carrello, il macellaio tanto simpatico che mi faceva assaggiare il prosciutto prima di affettarlo, Andreina e la sua vetrinetta stracolma di oro commestibile.

Un giorno ci fermammo nel parcheggio di un nuovo centro commerciale. Mamma mi chiese se volevo rimanere in macchina o se preferivo andare con lei. Mi sorrise. La seguii ed entrammo nel negozio Frutta e Verdura. Era una bella insegna. Rossa. Scritta in stampatello. Pensai fosse bella perché a me piaceva la verdura. La frutta, a dir la verità un po’ meno.

I kiwi mi mettevano i brividi, li trovavo brutti e pelosi. Le pere mi scivolavano dalle mani ogni volta che ne addentavo un pezzo; in più ero obbligata a mangiarle perché stitica. Mi piacevano le banane, ma le banane stringono, e alla fine di ogni pasto mi veniva allungata l’ennesima pera sbucciata.

Decisamente meglio la verdura.

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Appena la vidi, la signora Frutta e Verdura, svolazzante tra i cesti della frutta, mi ricordò una nonna. Aveva uno chignon perfettamente pettinato in testa, le guance rosse e paffute e un paio di ciabatte da ospedale ai piedi.

Mentre imbustava pomodori, ci travolse con una quantità di domande che mi fecero sentire in imbarazzo: come ti chiami, quanti anni hai, che classe fai… ti piace andare a scuola e fare i compiti? Mi sono arrivati dei porri dal Piemonte che sono delle primizie, ve ne do uno da assaggiare? Vi serve qualche cosa d’altro? Mele, arance? Ah, sua figlia è stitica? Allora ecco delle belle pere mature. E anche dei bei kiwi che vengono dalla Nuova Zelanda. Lo sai dove si trova la Nuova Zelanda, tesoro?

Io la guardai. Lei mi guardò.

I kiwi non erano belli.

Sempre più spesso ci ritrovammo nel parcheggio del negozio con l’insegna rossa. Se chiedevo di restare in macchina, in un modo o nell’altro venivo trascinata dentro a quel regno di cesti di vimini e ciabatte da ospedale. Non capivo come mai, ma ogni volta che varcavo quella porta uno dei miei spuntini veniva sostituito con un parente vegetale a detta dei grandi più consono per le mie condizioni.

Non c’è da vergognarsi, diceva. Anche mio nipote ha lo stesso problema, diceva. Una mela al giorno leva i cuscinetti di torno, diceva. Rideva.

Cambiò così l’epoca delle elementari: nei giochi di squadra chiedevo di stare in porta perché mi vergognavo del mio corpo quando correvo e, prima di tornare in classe, mangiavo la mela guardando gli altri scambiarsi le schiacciatine al rosmarino con le merendine della Mulino Bianco.

Dannata Mulino Bianco.

In casa mia non ne vedevi più manco l’ombra, il periodo del libertinismo alimentare archiviato per fare spazio alla nuova dieta Frutta e Verdura, scritto in stampatello rosso. Non avrei mai più rivisto la vetrina oro di Andreina, ma forse era colpa mia, della mia forma.

Mi tornò in mente il consiglio della mamma, e cominciai a mangiar banane di nascosto sperando che fosse vero, che prima o poi mi sarei rimpicciolita.

Quando divenni abbastanza grande per stare a casa da sola, al pomeriggio, la mia vita migliorò. C’erano i compiti da finire, e i cartoni animati giapponesi su Italia Uno.

Col cavolo che avrei mai più messo piede in quel negozio!

Mi ero definitivamente liberata di sguardi inquisitori, domande inopportune e regimi alimentari di stampo filo-nazista. Avevo riconquistato il mio diritto di fare lo spuntino pomeridiano mangiando pane e salame guardando Sailor Moon, anche se tra un tramezzino e l’altro si materializzavano sul mio tavolo fotocopie di dubbia provenienza o consigli non richiesti.

Tieni, prendi questo ananas, aiuta a sgrassare, diceva.

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Il confronto con le mie coetanee, comunque, non mi faceva sentire meno inadeguata.

Le amiche zabette che si compravano il Top Girl in edicola erano sempre aggiornatissime sulle ultime tendenze delle diete delle star e provavano piacere nell’inventar problemi di cui occuparsi. Si lamentavano di microscopici inestetismi della cellulite, a differenza mia che avevo strappato tutti i pantaloncini per non dover più mentire a mia madre che insisteva nel farmeli indossare a tutti i costi. Loro si confrontavano sulle creme migliori per prevenire futuribili smagliature, mentre io cercavo nuove tecnologie militari che fossero in grado di sostenere l’avanzo di pelle di anni di peso a fisarmonica e intermittenti orge alimentari. Loro si imponevano rigide sessioni di footing per contrastare ipotetici eccessi di grasso, io coprivo gli specchi con le lenzuola per non vedermici più riflessa. Loro si disprezzavano perché il loro sedere non era adatto a portare jeans attillati, io partecipavo alla cena di Natale con i buchi nei leggins perché erano gli unici che ancora mi entravano.

Io non ce l’ho con voi gente normale, davvero.

Ma ogni volta che uno di voi mi ha consigliato di mangiare di meno e muovermi di più, di iscrivermi in palestra e fare massaggi drenanti, di provare la dieta delle bustine, dei gruppi sanguigni, le diete detox, depur, dukan, dugat, low-carb; ogni volta che uno di voi mi ha allungato una fotocopia della dieta poco invasiva che ha funzionato così bene per quel suo amico, mi è parso di sentire dentro me un branco di lemmings che si suicidava nelle remote zone artiche.

Non avete idea di che cosa significa avere problemi alimentari,

perché se ce l’aveste non mi avreste suggerito di spremermi un limone in bocca appena sveglia per velocizzare il metabolismo né di mangiare pasta scipita senza condimento. No davvero.

E allora mi rivolgo a voi, gente normale. Magari avete un cugino che tende ad ingrassare o una figlia che, ogni volta che uscite di casa, corre in dispensa a fare razzia di cibo.

Non giudicateci. Non tentate di correggerci come se fossimo oggetti rotti. Non dateci consigli non richiesti.

Abbracciateci. E fateci capire che splendide persone siamo, nonostante tutto.