Amore e altri sacrifici

Amore e matrimonio non sono per forza sinonimi. E ve lo dice una che è stata cresciuta all'interno del "Mulino Bianco", con grandi esempi di "amore per la vita" e se dice culo, pure oltre.

Amore e altri sacrifici: famiglia e matrimonio

Personalmente, ho avuto la fortuna di crescere all’interno di una famiglia “Mulino bianco”. Quando il politicone di turno è in campagna elettorale e grida alla “famiglia tradizionale”, è alla mia che sta parlando. Genitori che si sono sposati, hanno fatto due figlie, che lavorano da quarant’anni nella stessa azienda, genitori che quell’azienda l’hanno fondata, casa di proprietà e pranzi domenicali in condivisione con tutto il parentato.

Ho sempre pensato che questo fosse il modello vincente, non mi sono fermata a chiedermi come mi sentissi all’interno di questo sistema, se desiderassi altro, o se ci fosse qualcosa di meglio, a cui aspirare. Ho adottato questo modello con la stessa disillusione di figlia che ama profondamente i propri genitori, e quando nella pratica per me questo modello non ha funzionato, ho messo in discussione tutto.


Stare in coppia non significa per forza “stare con qualcuno”, e la presenza non è una variabile fisica ma emozionale.


Ho passato gli ultimi 365 giorni a osservarvi da lontano e a criticarvi, cari genitori. Ero arrabbiata, perché mi sono sentita presa in giro. Dai film, che ti fanno credere che il grande amore ha sempre occhi azzurri e un sorriso gentile, dalla società, che preferisce omologare le relazioni anziché assumersi dei rischi, ma soprattutto da voi, che per anni mi avete cresciuta nella grande illusione che l’amore fosse un sacrificio personale per adattarsi a un altro essere vivente; per mandare avanti l’ingranaggio.

Ho passato gran parte del mio ultimo anno da venti-e-qualcosa-enne da ragazzina incazzata e disillusa, perché dopo avervi molto idealizzati, ad un certo punto ho cominciato a vedere le crepe al di sotto dell’intonaco bianco del Mulino: i litigi, i battibecchi, la sopportazione passivo-aggressiva, le manipolazioni, i ricatti, le rivendicazioni, la solitudine. Per la prima volta ho capito che stare in coppia non significa per forza “stare con qualcuno”, che la presenza non è una variabile fisica ma emozionale.

A mano a mano che il tempo passava mi rendevo conto che, quello che io avevo sempre etichettato come amore, era più che altro un contratto di convenienza tra esseri umani, con vantaggi e compromessi per una quieta sopportazione reciproca. Vi ho odiato. Ho odiato quello che rappresentavate e ho cominciato a criticare ogni vostro gesto.

Ho cominciato a chiedermi cosa fosse l’amore, e dove fosse questa mitologica fonte di eterna felicità e appagamento, perché di quelli che vedevo intorno a me, coetanei compresi, nessuno sembrava averne.

Poi, circa a metà dell’anno, mio nonno si è dovuto trasferire in casa di riposo. Una malattia dalla quale non si è ripreso, e mia nonna, novantadue anni quest’anno, non è stata più in grado di occuparsene da sola. E’ stato così che i miei nonni, sessantasette anni di matrimonio più qualche altro di fidanzamento, per la prima volta si sono dovuti separare.

Amore e altri sacrifici: famiglia e matrimonio

Io c’ero, al primo pranzo “da single” di nonna. Mi ci sono autoinvitata con la scusa che “mamma ha da fare con il nonno, sono a casa da sola, la dispensa è vuota, non so usare il gas e poi comunque ho proprio voglia di minestra e io la minestra non la so cucinare”. Non ha pianto la mia eroica nonna, non fino al momento della frutta. Quando mi sono girata verso di lei, e l’ho vista in lacrime, le ho messo una mano dietro la schiena e ho cominciato a piangere anche io. Non sapevo bene nemmeno io il perché, ma poi nonna mi ha passato metà dell’albicocca che stava mangiando e mi ha regalato la più grande lezione di vita che un essere umano mi abbia mai dato.

“Io e il nonno mangiavamo sempre un albicocca a testa, finito il pranzo. Ma non una per uno, ne mangiavamo metà di ciascuna. Così, se era buona eravamo felice insieme, se non lo era provavamo solo metà del dispiacere”

Credo ci sia qualcosa di estremamente dignitoso nell’alzarsi ogni mattina e scegliere di condividere tutto, gioie e dolori con la persona che ti è accanto. Credo ci sia qualcosa di oltremodo eroico nel condividere tutto, gioie e dolori con la persona che hai al fianco, per quasi settant’anni. Ancora di più se quella persona non la ami, hai smesso di amarla o non l’hai mai amata.


Io c’ero, al primo pranzo “da single” di nonna. Mi ci sono autoinvitata con la scusa che “mamma ha da fare con il nonno, sono a casa da sola, la dispensa è vuota, non so usare il gas e poi comunque ho proprio voglia di minestra e io la minestra non la so cucinare”.


Ed è così, che sul finire del 2017, mi sono finalmente riappacificata con l’eredità che mi è toccata in sorte dalla famiglia. Probabilmente il loro modello non è il miglior scenario possibile in termini di passionalità ed emozioni, ma ciò non toglie che è sicuramente il meglio che sono riusciti a fare, e che l’hanno portato avanti con coraggio e sacrificio, anche per permettere a me di fare di meglio.

E’ così che ho finalmente scelto qual è l’obiettivo di vita a cui voglio aspirare: l’amore, e una persona con cui condividere ogni giorno la mia metà d’albicocca. Rigorosamente in quest’ordine.